La Rivista Intelligente, Parole

Cosa c’è in un nome

La Rivista Intelligente, il webmagazine di cui sono redattrice e illustratrice, ha lanciato un tema tra i suoi lettori, #cambionome, invitandoli a scrivere riguardo al nome che avrebbero desiderato al posto del loro. Anche la Direttora Giovanna Nuvoletti e alcuni redattori si sono divertiti a raccontare qualcosa di sé. Questo il mio contributo.

COSA C’È IN UN NOME

Mi chiamo Gabriella, in real life, e di secondo nome (mai usato) Antonella.
Gabriella, perché mia madre volle darmi il nome di un arcangelo, la cui ricorrenza cadeva (allora) nella data del suo compleanno. Antonella, perché mia nonna materna si chiamava Antonietta, ma colui che all’anagrafe è mio padre detestava sia quel nome sia chi lo portava. Poi sparì, quella specie di padre, dopo aver dispensato a piene mani dolore e odio, ma intanto quel secondo nome era stato dato e sui certificati ancora appare. Anni dopo, mi fu detto che, se fossi stata maschio, mi sarei chiamata Alberto. Bello, mi piacque. Chissà che Alberto sarei stato…
Non amavo essere Gabriella, da piccola non conoscevo nessuno con quel nome, che mi pareva desueto e anacronistico, come quella principessa di Savoia (Maria Gabriella) che ogni tanto appariva nelle cronache rosa per qualche evento mondano cui partecipava.
Avrei preferito Graziella, come la bici che tutte le mie compagnette avevano e che io non ebbi mai, perché mio nonno temeva che, pedalando, mi sarei rotta il cranio (sic!). Per questo non imparai ad andare in bicicletta né a essere come le altre bimbe felici (certo, non avrei mai avuto una famiglia unita, ma scorrazzando con le altre ai giardinetti, avrei almeno potuto illudermi di essere accettata).
Leggevo molto, fin da piccola, e ogni volta mi innamoravo dei nomi delle protagoniste dei miei librini, bambine e ragazzine delle quali invidiavo la vita, serena o avventurosa che fosse.
Crescendo, trovavo irritanti i diminutivi, che pure ancora oggi mi sono affibbiati: Gabri, Gaby, Lella (brrr…). Solo una persona mi ha sempre chiamata col mio nome, intero, senza diminutivi o vezzeggiativi. A me piaceva come lo pronunciava, perché sembrava bellissimo.
In realtà ciò che detestavo davvero era il mio cognome, perché era quello di un padre per il quale ho nutrito solo disgusto e odio (l’unico sentimento positivo da me provato nei suoi confronti, fu il sollievo di quando finalmente sparì dalla mia vita e non costituì più l’appuntamento temuto di un’ora domenicale, sgradito – con grande evidenza – da entrambi). Avrei voluto il cognome di mio nonno, il papà di mia madre, la sola figura paterna (molto dolce) che abbia mai avuto. Inoltre, quello che porto, è un cognome che si presta a stupidi giochi di parole e ancora adesso, che sono diventata una vecchia signora, trovo qualche imbecille che si diverte ad apostrofarmi storpiandolo.
Quando mi sposai, iniziai subito ad usare il cognome di mio marito nella vita quotidiana, ma sul lavoro non c’è stato nulla da fare: ancora oggi sono quel cognome, per i colleghi e le centinaia di alunni che ho cresciuto in più di trent’anni di insegnamento.
Ma sto divagando… Il nome, si diceva, col quale avrei desiderato chiamarmi? Beh, è il nome che ha chiamato me, mentre leggevo forsennatamente “L’idiota” di Dostoevskij, il libro che considero fondante per la mia vita. Quando voglio fare la spiritosa con chi mi chiede perché abbia scelto come nome d’arte Aglaja, rispondo sempre che quello più adatto a me sarebbe stato proprio “IDIOTA”, ma essendo già occupato dal Principe Myškin, ho dovuto ripiegare su quello di una delle due protagoniste femminili, Aglaja o Nastas’ja. Odiando profondamente la seconda e riconoscendomi molti tratti del carattere della prima, fu naturale scegliere Aglaja, che da allora sento cucito sulla mia pelle.
Ma, in fondo, tutto ciò che ho scritto finora sono solo chiacchiere, senza neppure distintivo (semicit.). Tutto sommato io sono sempre io, qualunque sia il nome con cui volete chiamarmi: “What’s in a name? That which we call a rose by any other name would smell as sweet”. Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo (William Shakespeare).
#Aglaja

1bis

1 pensiero su “Cosa c’è in un nome”

  1. Molto interessante questo gioco.
    Anche se quando devo firmare non finisce mai, piace molto il mio nome, ma se devo dare un’alternativa, forse me sarebbe piaciuto un nome più antico, tipo Giovanni o Pietro.

    "Mi piace"

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