2024, Parole

2024 – O.M.N.I.

O.N.M.I.*

(da “Le storie della bambina” di #Aglaja)

La bambina conosce quella via. È una parte della sua città, non distantissima dalla casa in cui vive coi nonni e la mamma, una strada che si percorre quando c’è uno scopo definito, una via lunghissima, con però punti precisi di riferimento che lei ha memorizzato:

1. un fiorista al quale ci si rivolge nelle rarissime occasioni in cui si rende necessario fingere di avere interesse per le vite altrui (il profumo che si avverte entrando è meraviglioso – umido e opulento come quello dei giardini dopo il temporale – e la bambina ama osservare i gesti di cura con cui le composizioni vengono preparate, seguendo forme e colori dei fiori);

2. un negozio dove spesso sono state acquistate stampe artistiche e quadri che abbelliscono stanze e corridoi (uno di questi, dipinto su seta, è stato posto tra i due lettini della camera in cui dorme con la mamma: mostra un giardino curato ed essenziale, dove una timida Maria segue con sguardo dolce il piccolo Gesù che gioca, mentre Giuseppe falegname – defilato e apparentemente estraneo alla scena – osserva sorridente e operoso gli altri due. Hanno tutti gli occhi a mandorla e acconciature e vestiti stranissimi. A lato dell’immagine, in verticale, caratteri sconosciuti raccontano qualcosa di misterioso, che la bambina traduce “Ci si vuole bene”);

3. un verduraio che vende “primizie” (la bambina non conosce il significato di quella parola che viene sempre pronunciata con ostentazione dalla nonna, ma ha capito che sono cose buone da mangiare, che si portano a casa solo aprendo lo scomparto dei fogli grandi del borsellino della vecchia signora);

4. le case di alcune compagnette dell’asilo (alcune vivono in edifici moderni, altre in quelli di un tempo passato, quel tempo prima di lei, che le viene raccontato dai nonni talora con nostalgia e rimpianto, altre volte con cenni a cose incomprensibili ma spaventose, come un aereo dal simpaticissimo nome di Pipetto che pure annunciava morte e terrore);

5. il seminterrato dove un materassaio rifà ogni anno i materassi di lana altissimi (come quello dove la bimba poggia i sogni e gli incubi complessi che attraversano le sue notti, agitate da mostri dalle fattezze note e interrotte dalle sue grida improvvise).

Prima che la lunga strada cambi nome e lasci spazio a un altro quartiere, si erge un palazzo squadrato ed essenziale, rosso, dalle grandi finestre perfettamente rettangolari e quadrate, tutte uguali ed egualmente distanziate, i vetri ripartiti in altri rettangoli formati da cornici di legno bianche, con tapparelle verdi a proteggere l’interno. In alto, in caratteri enormi e severi, ci sono quattro lettere separate da punti: O.N.M.I. L’edificio ha una grande scalinata esterna da cui non sale nessuno, e un ingresso a piano strada da cui entrano tutti.

Lì è già stata altre volte, insieme a tanti altri bimbi che erano entrati in una stanzina sorridenti e ne erano usciti frignando, perché gli avevano bucato un braccino, o erano stati costretti a mangiare uno zuccherino con sopra delle gocce amare, o subìto altre simili torture. In quelle occasioni era stato il nonno – come sempre – ad accompagnarla. Invece oggi no, oggi c’è la mamma insieme a lei.

La bambina è contenta, la mamma ancora la prende in braccio, ogni tanto, e oggi lo ha fatto, dicendole quelle filastrocche buffe che lei così ama. Ecco, ora sono entrate. La bambina sospira, ci sarà qualche altro ago da affrontare? Ma la mamma non si ferma nella grande sala d’attesa a piano terra, il pollaio dove i bimbi pigolano ignari prima di aghi e zuccherini malvagi. Chiede sottovoce a un signore un’informazione, quindi vengono scortate verso una stanza al primo piano.

Anche qui c’è una sala d’attesa. Una persona poco cordiale le fa accomodare e di nuovo c’è una breve conversazione a bassa voce tra gli adulti che la bimba non afferra. La mamma si siede vicino a lei, ma ora è scura in volto e si chiude nel silenzio. La bambina sa che quando la mamma ha quell’espressione è meglio tacere, anche se le domande si affollano nella sua mente e qualcuna scivola fuori dalle sue labbra. Bastano poche risposte secche per ricordarle il perché è meglio tacere. Così rimane a fissare il muro bianco davanti a lei e fa quel gioco segreto che le piace tanto: immagina di parlare con le persone invisibili con cui gioca e che le tengono compagnia.

Una signora vestita di bianco arriva sorridente, invita la bambina a seguirla “nella stanza dei giochi” e dice alla mamma di aspettarla lì. La bimba si volta verso la mamma, come per avere il permesso, anzi, per avere il divieto di seguire quell’estranea, ma ora è la mamma che fissa la parete bianca con occhi spenti. Bisogna andare, dunque.

La stanza dei giochi non è affatto una stanza dei giochi. Ci sono adulti vestiti di bianco a una scrivania, sedie bianche di ferro e non sedioline colorate, qualche tavolino basso con fogli da disegno e matite. Un uomo la fa sedere e comincia a farle delle domande strane, la invita a guardare dei disegni informi e a chiederle cosa rappresentano, si informa se le piace disegnare e le mette in mano delle matite colorate con cui dovrà rappresentare la sua famiglia. Mentre disegna, i grandi continuano a farle domande, cui lei risponde a spizzichi. Ora è il turno di una donna giovane, dalla voce dolce, che sembra davvero interessata ai giochi e ai sogni/incubi della bambina. Lei, che non parla mai con gli estranei (tantomeno di sé, come sempre le è stato raccomandato), prova invece una gran fiducia per quel volto sorridente, per quella vocina quasi infantile come la sua. Ed è con la propria vocina che la bambina racconta all’altra i suoi segreti.

Il tempo è trascorso veloce. I grandi escono dalla stanza dei giochi, ma le dicono di aspettare lì, ché poi verrà la mamma a prenderla. Da un armadio tirano fuori dei giocattoli sporchi e puzzolenti che le mettono tra le manine schifate. La bambina li lascia subito cadere a terra e preferisce guardare la parete bianca e chiamare i suoi amici invisibili. Finalmente entra la mamma nella stanza. È pallidissima. La prende per mano. Non dice una parola. La strattona verso le scale. Escono. La bambina allunga le braccine verso il collo della mamma e dice la frase che serve a farla prende in braccio: “Mi pigli un poooo’?”. Ma stavolta la mamma continua a camminare decisa. È arrabbiata, si vede. “Sei arrabbiata con meee? Perché sei arrabbiata con meeee?”. La bambina sente le lacrime pungerle gli occhi, ma resiste. Ancora silenzio. Poi la mamma si gira di scatto e le urla che non si dicono le bugie, non ci si inventa le cose, che non si devono raccontare assurdità, che ci saranno conseguenze, che la porteranno via da loro, che la daranno al papà cattivo che non la ama come loro. Adesso la bambina piange e grida per strada, si fa strattonare, singhiozza così forte che le manca il respiro. La mamma finalmente si ferma. C’è un muretto lungo la strada. Si siedono lì. I passanti passano, il dolore no. “Ma cosa diamine gli hai raccontato? Quando mai noi ti abbiamo detto che tuo padre non è il tuo vero padre? Lo sai che ci hanno convocato qui perché quando eri da lui hai aperto una porta e hai cominciato a parlare “al tuo vero padre”? Chi sono le persone invisibili che ti vogliono bene e con cui parli? Perché ci hai disegnato come dei mostri senza occhi? Ma cosa ti abbiamo fatto di male?”.

Ora la bambina non piange più. Non grida più. Non parla più.

Non dirà più nulla.

La riporteranno all’ O.N.M.I. ancora qualche volta.

Non dirà più nulla.

Nulla.

Mai più.

#Aglaja

*L’Opera nazionale per la protezione della maternità e dell’infanzia (in sigla ONMI) è stato un ente assistenziale italiano fondato nel 1925 allo scopo di proteggere e tutelare madri e bambini in difficoltà, e sciolto nel 1975. Per saperne di più è utile la lettura di questo articolo https://www.treccani.it/enciclopedia/maternita-e-infanzia_(Enciclopedia-Italiana)/

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