Figure, Parole

Mio nonno

Quando ero piccola, la giornata della festa del papà era per me un tormento e un incubo, per l’ombra cupa di un padre tale solo per gli spermatozoi utilizzati, come sa chi legge le mie “Storie della bambina”.  Tutti i preparativi che le maestre facevano svolgere ai pargoli per festeggiare degnamente i loro padri, erano stilettate che dovevo soffrire in un rigoroso mutismo, per tacere – come da sempre mi si raccomandava – che i miei erano separati (sarà per questo che parlo così poco?), un disonore per quei tempi, un segreto che, ovviamente, era a conoscenza di tutti e per il quale venivo esclusa e derisa dai virgulti di una bigotta città di provincia.

La vera figura paterna, per me, è stata mio nonno, un uomo fragile, spezzato dai troppi dolori, ma che mi ha amata, stimata (sì, il verbo è giusto, anche se riferito alla me stessa bimba), protetta. Mi ha insegnato l’amore per la letteratura (la nostra casa era una vera e propria biblioteca che soddisfaceva ogni mia curiosità e le cui storie narrate mi tenevano compagnia), per l’arte (avevamo centinaia di libri di storia dell’arte, che sfogliavo avidamente, provando a ricopiarne i capolavori illustrati), per il disegno (lui stesso era un disegnatore: progettava i treni per il Tecnomasio Italiano “Brown Boveri”), per la musica (mi ha insegnato a fischiettare e mi comprava ogni disco desiderassi, di tutti i generi). Aveva un sorriso bellissimo, occhi ridenti che lo illuminavano quando riusciva a mettere da parte le batoste di un’esistenza poco generosa con lui, da un certo momento in avanti. Era il nonno che stava sempre con me, che mi leggeva le Fiabe italiane di Calvino nei lunghi periodi che dovetti trascorrere a letto malata; il nonno che mi comprava i giornalini con le illustrazioni di Jacovitti,  e l’Intrepido e il Monello e Topolino; il nonno che, ogni mattina, si svegliava prestissimo per scendere a comprarmi la focaccia calda; il nonno che, invece di portarmi a farmi regolare l’apparecchio ai denti, mi portava in segreto a vedere Il giardino dei Finzi-Contini o Morte a Venezia o qualsiasi film ritenesse fosse “bello”; il nonno che mi ha accompagnato a scuola fino alla quarta ginnasio, perché gli piaceva chiacchierare con me tenendomi per mano; il nonno che ha conosciuto l’umiliazione della demenza senile e che per anni ho sognato solo in questo modo, come se il “brutto” della sua fine avesse offuscato il “bello” che mi aveva insegnato a capire. Ho scritto un monologo terribile su questo periodo, ma non ve lo proporrò. Oggi è la festa dei nonni e per la sua festa vi lascio l’ultimo ritratto che gli ho fatto, in fretta e furia, su un pezzetto di carta e con una biro rossa, cogliendo un attimo di tenerezza: si era addormentato insieme alla cucciola che avevamo adottato. Buon riposo, nonno. Ti penso ancora.

#FESTADEINONNI  #Aglaja

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