2023, Parole

2023 – DADI

Trascorro, nella notte, diverse ore senza riuscire a riposare. Nulla di nuovo, convivo con l’insonnia da sempre, ma ultimamente mi sta accadendo una cosa curiosa: si aprono improvvisamente ricordi di immagini, persone, avvenimenti e oggetti, cose lontanissime eppure fulgenti, illuminate dal lampo di una parola o frase, ascoltata o detta, e ricordata – senza apparente spiegazione – nel buio notturno. Beh, Proust ha costruito una Recherche su questi fenomeni, e le mie madeleine sono sicuramente meno suggestive e artistiche delle sue (e pure meno burrose). Senza scomodare Freud e l’inconscio, comprendo facilmente che queste associazioni mi indicano un fil rouge, che porta a una risposta che è dentro di me e magari non è neppure sbagliata…

Una logorroica (as usual…) premessa, questa, che porta al cuore di quanto volevo mettervi a parte: mi sono riapparsi i dadi. Eh? Che dadi? Niente di che: dadi di legno, sulle cui facce erano attaccate parti di sei disegni che dovevano ricomporre, a mo’ di puzzle, sei “tavole” di una fiaba dei fratelli Grimm: “Il tavolino magico, l’asino d’oro e il randello castigamatti” (per chi volesse leggere la fiaba, clicchi su questo link: http://www.lefiabe.com/grimm/il_tavolino_magico.htm ).

Adoravo quel gioco, mi perdevo nei dettagli dei sei disegni (disegni di un tempo antico, più antico di me, basati, come scoprii più avanti, su illustrazioni originali di libri ottocenteschi, colorate per renderle più gradite ai bimbi piccini come ero io allora). Ieri notte mi sono rivista inginocchiata su una sedia, intenta a esaminare quei dadi posati sul tavolo della cucina, con le manine cicciotte che li rigiravano uno a uno, imparando i particolari di ciascuna faccia e divertendomi a ricostruire il disegno intero nella mente, aggiungendo però nuovi dettagli, costruiti dalla mia fantasia. Questa era la prima parte del gioco, poi seguiva quella canonica, posizionando i dadi nel modo giusto, partendo dalla prima scena della fiaba da ricostruire, poi la seconda e così via. Nel mentre, mi raccontavo la favola ad alta voce, integrando nella narrazione quei particolari aggiuntivi (personaggi, oggetti, colpi di scena, battute) che prima avevo visualizzato in immagini. Finito il gioco, riponevo i dadi nella loro scatola di cartone, che presentava in copertina uno dei sei disegni: l’asino che vomitava e cacava monete d’oro. Nel riporli, mi premuravo di posizionarli in modo che, aprendo il coperchio, avrei visto riprodotta la stessa scena (che era quella che mi faceva più ridere).

L’ultima volta che vidi quella scatola ero ormai una ragazzina e ne constatai l’usura, corrispondente a quella dei dadi, che avevano ormai la carta disegnata delle loro facce semi staccata e sgualcita. Lasciai quel gioco in uno scatolone insieme a molti altri, che venne regalato “ai bimbi meno fortunati di me” (un’abitudine cui mi avevano resa avvezza – mio malgrado – fin dalla tenera età: scatoloni di giocattoli cui sottraevo, con difficoltà e sensi di colpa, i pochi che mi erano davvero cari).

Non ho mai più pensato ai dadi fino a ieri notte, quando mi sono riapparsi senza motivo apparente. Poi, pensando e rimuginando, si è illuminata come un’insegna al neon una frase che ho detto più volte in quest’ultimo periodo: sono a pezzi. Ho visto la storia della mia vita come un racconto unico e lungo, che tuttavia può essere scomposto in alcune scene fondamentali. Il problema è che queste scene sono ora abbandonate disordinatamente in me, mancano pezzi di disegno e focalizzo solo i dettagli e non l’insieme, di cui, comunque, non conosco né il finale né la morale (se mai ci fosse). Giro e rigiro le facce disegnate, ma “il calcolo dei dadi più non torna”, direbbe Montale. Neppure l’asino caca più monete d’oro, soltanto letame. Speriamo da esso nascano i fior.

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