Avrei bisogno di scrivere, di trovare parole per giocarci, farmi carezzare o urtare dal loro suono, costruirle come un castello di carte e soffiarne via le sillabe, scompigliarle come le idee, metterle in fila, una sull’altra, per poi vederle afflosciarsi come gli omini di plastilina.
Avrei bisogno di disegnare parole col senso imprevisto e preciso degli incastri geometrici, parole puntute e perfette di imperfezione come triangoli scaleni, parole come parallele che non si incontreranno mai e mai finiranno la loro corsa verso infiniti senza siepi e naufragi.
Avrei bisogno di inventarmi silenzi, profondi come il buio, perché le parole che urlano in me debbono essere taciute.
E allora che il vuoto in me diventi spazio. Come un sonno, una resa, un punto.
