(Da “GENTE di FOTOGRAFIA” n. 83)
“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”
«Fotografo le donne della mia famiglia – spiega Letari a proposito del portfolio Una grappa con lo zucchero – mentre mia madre sta morendo. Attraverso ritratti, sguardi e gesti, trovati anche nelle vecchie fotografie degli album familiari, cerco di mettere in relazione presente e passato. Provo ad entrare in maggiore intimità con la mia famiglia e, spostando il mio punto di vista, tento di far emergere lati nascosti di un femminile che mi circonda da sempre. Il portfolio è una selezione del lavoro non ancora concluso.».
E così, sfogliando le immagini che compongono questo portfolio dal titolo sofferto, si snoda davanti ai nostri occhi un percorso non solo artistico, ma anche personale e familiare. Intimo. Letari manipola le vecchie foto di famiglia, oltraggiate da scarabocchi, macchie, strappi, graffi e dissolvimenti chimici, quasi a sottolineare come il tempo trascorso abbia offeso i nostri corpi e le nostre esistenze, una volta giovani e aperti a un tempo tutto da scrivere.
[QUI potete sfogliare il portfolio]
La famiglia felice in posa vicino all’albero di Natale, quell’uomo, quella donna, quei bambini, i cui volti ancora resistono nella vecchia foto “sfregiata”, sono adesso altro, ma pur sempre famiglia. La ragazza in bikini nella foto rovinata ha attraversato nel frattempo la sua maturità. La bella ragazza in bianco e nero, col viso scarabocchiato, si è trasformata nell’anziana signora adagiata nel letto di sofferenza, con la cannula dell’ossigeno e una lattina di Coca Cola tra le mani. La madre. La mamma che muore. In quest’ultima foto colpisce il taglio diagonale che separa la donna malata – pallida e canuta, appoggiata a un candido cuscino – dalla coperta rosso squillante, che riprende il colore della lattina. La morte imminente, che sbiadisce ogni cosa, sembra anch’essa “oltraggiata” o forse in questo caso combattuta da un colore sfacciato, troppo vivo, il colore del sangue che non colora più le gote.
Le camere di casa diventano palcoscenici illuminati come una ribalta, in cui i corpi dei personaggi si presentano in scene cariche di simbolismo. Su un letto matrimoniale, due donne non più giovani, truccate e ingioiellate, dai ricci neri come le iridi e lo smalto alle unghie, sdraiate su candide coltri, indossano verginee vesti bianche. Legate da una somiglianza e una dolcezza che sa di famiglia, sono strette in un gesto di affetto malinconico. Un quadro iperrealista, carico di volontà dimostrative contrastanti.
In un’altra stanza, una sorta di grottesca camera tutta rosa, addobbata con ninnoli, madonne, angioletti e rosari, una donna – forse una delle precedenti – stavolta in pizzi neri e unghie rosse, con una maschera nera sugli occhi, sembra offrirsi sul letto rosa di una vecchia ragazza. Ancora, incastrata dentro una piccola poltrona dal rivestimento fiorato giallo oro, una donna âgée guarda nel vuoto o dentro di sé, con i seni pesanti che sbucano da un pizzo blu elettrico come la vestaglia di velluto. Riflessa in uno specchio, si affaccia un’altra stanza, in cui ritroviamo lo stesso tessuto fiorato in una poltroncina, una tenda e un canapè che accoglie le gambe incrociate di una donna fuori campo.
Nel chiarore di una stanza da bagno, nella vasca, la nudità pudica di una donna di mezz’età bionda mostra il male di vivere, rappresentato più ancora che dal flessibile della doccia girato intorno al collo, dallo sguardo perso in altro tempo e luogo. In un’ennesima stanza, su un materassino fasciato di cellophane, sta in ginocchio una florida donna anch’essa bionda col viso reso irriconoscibile dalla pellicola di alluminio che lo fascia, lasciando liberi solo gli occhi, ancora una volta persi nel nulla.
Altre stanze sembrano – ma non sono – svuotate di vita. Rimane una mano di vecchia abbandonata sulla trapunta, un’altra mano grinzosa su una candida superficie, in un gioco di luce e ombra, fa scaturire raggi purpurei da una sfera trasparente e morbida. Ancora una mano più giovane, dalle unghie smaltate ma già “sbeccate”, regge un piccolissimo fallo d’avorio. Sulla parete di una camera da letto, l’ombra del braccio di un lampadario riempie tutto lo spazio. Una porta bianca ha una ciambella fritta e zuccherata infilata nella maniglia. Ogni cosa sembra dire altro in questo tempo di dolore, in cui le donne della famiglia narrano la storia che Letari trasfigura, in cui Letari si immerge e in cui Letari forse si nasconde per ingannarsi mentre la morte compie il suo dovere.
Fuori dalle camere, altre donne mettono in scena questa rappresentazione visionaria della famiglia: quella accasciata sul volante, quella che esce dall’acqua col viso nascosto dai capelli bagnati, quella che mostra un ventre vizzo e tatuato, quella che fissa l’obiettivo con gli occhiali imbrattati di liquido rosso che gocciola.
Non manca il futuro in fieri: bambine estive, piccole donne in divenire. Quel cappellone di paglia tenuto con il nastro adesivo sul ventre, sembra già un presentimento di gravidanza. Quelle unghiette con lo smalto mezzo cancellato, sembrano già una preparazione seduttiva della bimba che gocciola dopo il bagno. Infine, un maglioncino rosa cipria con un enorme cuore rosa acceso, indossato da una bimba di cui si vede solo la manina infantile.
E in questo gineceo, dov’è il maschio? Non basta, per evocarlo, un petto candidamente villoso pettinato da una vezzosa spazzola fucsia impugnata dalle dita smaltate con lo stesso colore. Non basta, perché qui il maschio ha abdicato. Il sesso non ne determina più il ruolo. È parte integrante di quel mondo femminile che lo circonda. Mentre le eterne domande esistenziali lo assillano – Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? – è ormai pronto a camminare sul filo del tempo. Mentre gli sguardi delle donne della sua famiglia abitano il suo sguardo, nelle orecchie di Letari riecheggia quell’ultima richiesta della madre morente: non un digitale, non le pillole per la pressione ma una grappa con lo zucchero. Per non morire con l’amaro in bocca.
Gabriella Corbo



