Continua la mia collaborazione con la rivista “Gente di fotografia”. In questo numero è presente un mio lungo articolo sulle artiste presenti alla Biennale della Fotografia Femminile di Mantova.
Ecco il testo.
BIENNALE DELLA FOTOGRAFIA FEMMINILE DI MANTOVA (8 marzo – 14 aprile 2024)
Dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie, che mostrano, contengono e nutrono il mondo.”
da “Pene d’amor perdute”, William Shakespeare
La terza edizione della Biennale della Fotografia Femminile di Mantova – organizzata dall’Associazione La Papessa, con il Patrocinio della Regione Lombardia e del Comune di Mantova ed il sostegno di Fujifilm Italia, con la direzione artistica, come per le precedenti edizioni, di Alessia Locatelli – si è aperta non a caso nella Giornata Internazionale della Donna (8 marzo), e sono stati proprio gli sguardi di donne provenienti da parti diverse del mondo a cogliere, fermare e testimoniare situazioni – personali e collettive – di stretta pregnanza e attualità.
Il titolo scelto per la BFFmantova del 2024, Private, si poteva interpretare e declinare sotto molteplici aspetti: dalla vita privata alla privacy (Cammie Toloui, in The Lusty Lady Series
all’inizio degli anni ’90, era una giovane studentessa di fotogiornalismo a San Francisco dallo spirito punk e ribelle che, mossa anche dalla necessità di pagarsi gli studi, divenne una spogliarellista del Lusty Lady Theatre, un locale interamente gestito da donne che garantiva sicurezza sul lavoro alle sex workers. Quando all’università le venne assegnato un progetto di documentazione sulla propria vita, la fotografa decise di raccontare il mondo del sex work, osservato dal punto di vista di una lavoratrice. Gli avventori potevano pagare 5 dollari ogni 3 minuti per assistere a performance erotiche e sessuali su richiesta – dietro ad un vetro – nell’area dei “Private Pleasures”. Una reciproca fascinazione, le ha permesso di fotografare gli avventori durante questo scambio così privato, in un dialogo doppio che implica il concetto di intimità, tra privacy e voyeurismo. Come lei stessa ha scritto: “I loro soldi gli davano il diritto di guardarmi: la macchina fotografica che avevo in mano mi dava il potere di guardare loro”), dalla censura alla web-condivisione, dalla post-fotografia (ce ne ha offerto un saggio Thandiwe Muriu con Camo. Il suo lavoro ha creato illusioni surreali, che non sono frutto di manipolazione digitale, ma un mix tra tessuti unici e pratiche culturali: l’artista si è confrontata con i temi dell’identità e della ridefinizione dell’empatia femminile nel contemporaneo, attraverso l’applicazione di texture Afro e oggetti di uso comune. Un lavoro colorato e riflessivo che, attraverso il camouflage, ha fatto emergere i volti dalle stoffe riflettendo sul concetto del forzato ritiro nell’ambito privato, presentando così una nuova visione della donna africana e della sua autonomia) alla video-sorveglianza (Esther Hovers, in False Positives, ha esaminato come i sistemi di sorveglianza intelligente studino il nostro comportamento, grazie a telecamere in grado di rilevare i segni nel linguaggio del corpo e nei movimenti che potrebbero indicare una “intenzione criminale”. Gesti inconsueti che – all’interno di uno spazio pubblico – vengono segnalati come “anomalie”. Mappando tali anomalie, si strutturano gli algoritmi che orientano le telecamere in grado di rilevare comportamenti devianti. False Positives ha perciò sollevato la questione dell’accettabilità delle “classificazioni”, nonché della tutela della privacy negli spazi condivisi), dallo spazio privato a quello pubblico, dal mondo reale a quello virtuale.
Ma nel campo semantico di “privato” abbiamo trovato anche la privazione della libertà (è il tema della storia raccontata da Kiana Hayeri in Where prison is a kind of freedom: donne afghane intrappolate in matrimoni di abusi e violenze, hanno scelto l’uxoricidio per sopravvivere, finendo in carcere. Nella prigione di Herat, la fotografa ha trascorso due settimane, entrando in profondo contatto con alcune di queste donne lì rinchiuse e scoprendo come la prigionia fosse diventata per loro una “seconda opportunità”, proteggendole da possibili desideri di vendetta da parte delle famiglie dei mariti, e offrendo loro uno spiraglio di pace e tranquillità per loro ed i figli minorenni, all’insegna della collaborazione e del mutuo aiuto. Purtroppo, poco prima del ritorno dei talebani al potere, le detenute sono state liberate e attualmente le prigioniere del centro di detenzione vivono in condizioni di abuso e privazioni ben lontane dalla sicurezza degli anni passati) e la questione delle carceri (tema affrontato da Photos2Solitary. Photo Requests from Solitary (PRFS) è un progetto partecipativo che ha invitato le persone detenute in regime di isolamento a lungo termine nelle carceri statunitensi a richiedere una fotografia su vari soggetti – reali o immaginari – e a trovare un volontario che la realizzasse. La variegata gamma di richieste e la loro realizzazione, ha fornito un archivio delle speranze, dei ricordi e degli interessi di persone che vivono in un regime di privazione totale della libertà); la privazione di identità, cultura e linguaggio (è stata Luisa Dörr, con Imilla – che significa giovane ragazza in Aymara e Quechua, le due lingue più parlate in Bolivia, un paese in cui più della metà della popolazione ha radici indigene – a farci conoscere le polleras boliviane, gonne ingombranti comunemente associate alle donne indigene degli altipiani, per decenni simbolo di unicità ma anche oggetto di discriminazione. Ora una nuova generazione di donne che praticano lo skateboard a Cochabamba, le indossa come un emblema di resistenza: queste gonne simboleggiano la scelta di non privarsi della loro cultura e, attraverso questa pratica, veicolano così il loro messaggio di inclusione e accettazione della diversità); la privazione – per le classi meno abbienti – di quei quartieri un tempo pensati per la classe operaia e ora riqualificati per quella media (gentrificazione), una privazione che ha portato molti a ritirarsi ed escludersi, ritrovandosi in particolari comunità autogestite (Tamara Merino, con Underland, ha mostrato il fenomeno dei 60 milioni di persone nel mondo che vivono in ambienti sotterranei: dai rifugiati climatici ai voraci minatori, dalle sette dell’apocalisse alle comunità indigene abbandonate, la scelta di una vita di esclusione risponde a bisogni basilari in gran parte persi di vista nelle nostre società tecnologiche e veloci. Merino ha documentato tale situazione vivendo con alcune di queste comunità, che si sono private della tecnologia e del comfort in Australia, Spagna e USA. In molti casi, gli esseri umani che hanno optato per una esclusione dalla società stanno trovando nella vita sotterranea un’alternativa efficiente dal punto di vista energetico e sostenibile rispetto alle abitazioni convenzionali).
E come non pensare, poi, all’istruzione, al classismo, agli effetti della migrazione che si trovano nella privazione delle terre, dell’economia, delle libertà civili (Newsha Tavakolian, fotografa iraniana, con And they laughed at me è autrice di un progetto, riguardante la lotta delle donne iraniane per i propri diritti civili, che colpisce profondamente: sapendo di non poter cambiare il passato, e mossa da un desiderio di vedere i fatti in profondità, ha ripreso in mano i negativi che aveva scattato all’inizio della sua attività di fotografa. Un’immagine spiccava su tutte: una ragazza che annusa una rosa. Il suo profumo è un simbolo di speranza, d’amore e di libertà. Tavakolian ha quindi scelto una sequenza di negativi nati da errori suoi o di altri, in laboratorio o per un malfunzionamento della macchina fotografica. Quelle immagini scartate mostrano il passaggio dalla speranza e dai sogni della giovinezza, alla deludente realtà. Per non essere risucchiati dall’oscurità si deve combatterla, andando verso la luce. Le donne iraniane hanno iniziato una lotta che è stata strumentalizzata e derisa dai politici, ma nella mitologia iraniana, è la luce a vincere sull’oscurità nella loro eterna lotta) e nel neo-colonialismo (Claudia Ruiz Gustafson, con La ciudad en las nubes ha messo in discussione il concetto di “scoperta” di Machu Picchu e della sua narrazione storica. Partendo dalle fotografie scattate durante un viaggio sui Caminos del Inca e affiancando documenti d’archivio, Ruiz Gustafson ha dimostrato come la storiografia occidentale abbia di fatto sottratto il diritto del riconoscimento di quei territori a chi li abitava – saccheggiando tombe sacre della comunità Quechua – in nome della ricerca scientifica. La ciudad en las nubes ha mostrato come queste esplorazioni di carattere coloniale abbiano contribuito, a volte in modo negativo, alla creazione e diffusione dell’immaginario peruviano da un punto di vista etnografico, in occidente).
La contrapposizione tra pubblico e privato, inoltre, non poteva non far riflettere sulla privatizzazione dei servizi, dell’ambiente, delle fonti d’acqua e le ricadute di tutto ciò nella crisi idrica ed energetica che stiamo attraversano, tema di grave e urgente attualità (è stato il tema affrontato da Daria Addabbo in Drought. No water in the Owens Valley: la deviazione dell’acqua del fiume Owens, a favore della privatizzazione dell’acquedotto che porta l’acqua a Los Angeles, ha generato un disastro ambientale di vaste proporzioni. Inoltre, il cambiamento climatico e la conseguente crisi idrica stanno rendendo sempre più grave la siccità in California, minacciando la vita delle comunità locali).
Infine “private” troppo spesso sono le donne, cui viene a mancare l’uguaglianza sostanziale – prima ancora che formale – dei diritti, il rispetto e l’attenzione loro dovuta. Chi meglio di una donna poteva quindi raccontare esistenze di donne in equilibrio tra i ruoli imposti dalla società e quello che è il proprio mondo intimo ed emotivo, affettivo e sentimentale, personale e privato (ed è stato l’obiettivo di Lisetta Carmi – indimenticabile fotografa genovese – nella sezione Lo sguardo di Lisetta Carmi sulle donne di Sicilia e Sardegna, a seguire questa prospettiva profonda e intima, offrendoci una visione autentica di queste donne che, con un misto di fierezza e spontaneità, ci hanno svelato la loro forza e dignità).
Insomma, abbiamo potuto gustare un evento di altissima qualità a livello di contenuto e fruizione. La BFFmodena 2024 ha seguito lo stesso format del programma originale delle precedenti edizioni, con le mostre fotografiche ospitate da splendide location mantovane, come Casa del Mantegna, Casa del Pittore, Spazio Arrivabene 2, Galleria Disegno, Palazzo Te Tinelli, Casa del Rigoletto. A contorno, vi sono state numerose iniziative – tra cui una “open call” per il Circuito Off – letture portfolio, workshop e conferenze.
#Aglaja







