2021, Parole

Il giardino

Ottobre. Le sere arrivano sempre prima, l’ultima luce prima del buio incendia il cielo e sorprende lo sguardo, le notti diventano più lunghe e il tepore di una coperta diviene esigenza del corpo e dello spirito. Il freddo umilia il calore estivo e sfuma il fresco autunnale: resta poco tempo, prima che abbiano inizio le gelate notturne. Le piante si acconciano all’inverno e talora sembrano sfiorate da una fragilità sospesa.

Preparare il giardino per l’inverno non è cosa da fare in un solo giorno e all’ultimo momento, lo sa bene la vecchia signora che, da tanti anni, si prende cura di quel pezzettino di verde dietro casa sua. Così, come sempre, alla vigilia della stagione più fredda, si accinge a programmare le tappe di quel lavoro che tanto le piace: prendersi cura delle piante, degli alberi e dei fiori che da sempre riempiono di vita e di colori quella piccola “fascia” di terreno, in dotazione alla casa dove abita ormai da più di cinquant’anni, per prepararli alle giornate più rigide. Non teme la fatica di quel lavoro, nonostante ogni inverno lasci una patina di ghiaccio anche sul suo corpo. Non è più la sposa procace ed entusiasta dei primi anni e neppure la donna forte e coraggiosa che era dovuta diventare in seguito. Ora è una vecchia dal viso segnato e ogni segno è un po’ come uno dei cerchi che mostrano l’età degli alberi nei loro tronchi. La schiena, dritta e agile in gioventù, ora è ricurva, le ossa dolgono, la testa pesa sul collo, la pelle è vizza, lo sguardo velato dalla cataratta e dalla vita. Eppure, ogni acciacco viene superato perché è necessario prendersi cura del suo giardino: bisogna fare tutto il necessario affinché le piante sopravvivano all’inverno senza danni e possano accogliere ancora una primavera. Così, chinandosi con fatica, si dedica un mattino a falciare il piccolo prato, dove un vecchio gazebo arrugginito ripara un tavolino e quattro sedie, su le quali nessuno si siede da anni. Poi lo rastrella bene, per rimuovere le foglie, che già hanno iniziato a cadere dal rampicante del gazebo e dagli alberelli intorno, in modo che l’erba riceva la luce e l’aria necessarie per non marcire.

Nei giorni seguenti, nonostante tutti le abbiano raccomandato di non fare imprudenze, continua da sola a potare gli alberi da frutta, i cespugli e gli arbusti, armata di grosse cesoie (che le sue dita deformate dall’artrite maneggiano con sempre maggiore difficoltà) per rimuovere i rami secchi, privi di foglie, malati o troppo sviluppati. Si arrampica su una vecchia scaletta, nonostante tutti l’abbiano supplicata di non farlo: lei ignora i buoni consigli non richiesti e, come una rugosa tartaruga, spinge il collo fuori dalla schiena ingobbita per guardare in alto e raggiungere i rami più lontani. L’anno scorso, facendo questo lavoro, le era girata la testa (ah, la cervicale… ah, la pressione…) ed era caduta. Miracolosamente, aveva contenuto i danni: nulla di rotto, ma larghi lividi bluastri che avevano faticato non poco a sparire insieme al dolore. Non lo aveva detto a nessuno, neppure era andata dal dottore: si era curata da sola, con pomate della farmacia e medicamenti casalinghi. Quest’anno finge con se stessa che nulla sia accaduto e ancora ostinatamente si inerpica e taglia, con quella che crede sia la stessa energia di un tempo. Accatasta poi i rami potati: il giorno dopo inizierà a tagliarli in piccoli pezzi, per poi cospargerli sulla terra delle piante, per proteggerne le radici dal freddo.

La parte che le piace maggiormente è la preparazione dei suoi fiori all’inverno. I bulbi non resistenti al freddo, come quelli delle begonie e delle dalie, li porterà a svernare in cantina, in un angolo fresco e asciutto. È uno spettacolo vederla cavare i bulbi dalla terra: per rimuoverli, si accuccia, taglia dapprima i gambi per renderli corti, e poi estrae delicatamente, per non danneggiarla, l’intera radice, infine scuote piano la terra in eccesso, accarezzando i bulbi con le sue dita incrostate di terriccio e deformate dagli anni. Poi, alzandosi con sempre maggiore fatica da quella posizione, prende le scatole piene di sabbia che ha preparato e vi pianta i tuberi: saranno la loro incubatrice nel reparto maternità della sua cantina lungo l’inverno.

Ma è specialmente con le sue rose che la vecchia signora mette il massimo della cura e tutto il suo amore. Le rose, da sempre, sono il suo fiore preferito: erano nel suo bouquet di sposa, sono state i primi fiori a essere messi a dimora in quel giardino, in tante diverse varietà e colori, e ora sono quelle che più spesso adornano le tombe dei suoi morti. Le rose rosa sono le favorite. Il colore le ricorda il suo essere stata bambina, figlia di contadini, cresciuta in campagna, durante la guerra, fiera dell’unica vestina della festa color di rosa, cucitale dalla mamma. Le rose del suo giardino sono il suo orgoglio e il suo sorriso, che è come un taglio che le attraversa volto. Ora è tempo di potare quelle rampicanti, legando i tralci e rimuovendo i rami troppo lunghi. Pota leggermente anche le altre rose, curando che i bastoncini, su cui poggiano il peso leggero, siano stabili e le sostengano.

Il sole sta andando via. Con la canna bagna tutto il giardino, più abbondantemente dove necessita, con meno acqua dove il troppo umido farebbe male. La tentazione di sedersi e riposare un poco sotto il gazebo è forte, ma una voce, da dentro casa la chiama: “Maaaa’!”. La vecchia signora sospira impercettibilmente, prova a raddrizzare la schiena che duole, non solo per gli sforzi del giorno. Rimette a posto la canna dell’idrante, ripone le cesoie, passa leggermente le mani sporche sulla fronte, per asciugare il sudore, non accorgendosi di lasciare un po’ di terra scura nei solchi delle rughe. “Arrivo!” dice. Prima di rientrare in casa si toglie le scarpe e indossa delle vecchie ciabatte, consumate come lei. Sfila il grembiule che proteggeva il vestito da casa, lo piega e lo infila in un mobiletto esterno. Ora può entrare. “Maaaa’!” chiama ancora la voce. “Eccomi, aspetta, mi lavo un momento!”, risponde la vecchia signora e poi si affaccia alla camera del figlio cinquantenne, rattrappito e immobile nel letto. “Girami, ma’, ho troppo dolore e non circola più il sangue”. Almeno ogni ora, giorno e notte, quel figlio paralizzato deve essere girato per evitare le piaghe da decubito. È tutto storto, deforme, ma alla madre basta incrociare il suo sguardo scuro e intelligente, sentire quella voce profonda e dolce dirle “Grazie, scusami…” per trovare ancora una volta la forza necessaria per cambiargli posizione. La schiena urla per lo sforzo: per quanto ancora riuscirà ad accudirlo, a dargli sollievo? Per quanto ancora quello sguardo si incrocerà col suo? Arriverà ancora una primavera o il freddo li ghermirà entrambi? Non vuole chiederselo. Per ora basta acconciarsi all’inverno, consapevole che il fiore più amato del proprio giardino sta appassendo con lei.

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