2021, Parole

L’ALBUM DA DISEGNO

Quando morì suo padre – Giovanni Maria Traverso, un vecchio camallo del porto, che ancora a settant’anni si vantava di poter dare la baia, con la sua stazza e la sua forza, ai giovanotti che avevano ormai sostituito la vecchia guardia degli scaricatori delle navi – il signor Giovanni Maria Traverso junior tirò un sospiro di sollievo. In parte si vergognava con se stesso di provare quel sentimento, e si sarebbe guardato bene dal confidare a chicchessia quel suo assurdo stato d’animo, ma, d’altra parte, quello era e non poteva farci niente. Con Traverso senior, del resto, i rapporti si erano interrotti da anni, e il ricordo degli ultimi tempi della loro antica convivenza raccontavano di lunghi e malmostosi silenzi, con improvvise e violente scenate.

Quando era mancata la signora Traverso, il figlio era ancora alle elementari. Fino a quel momento, a occuparsi con dolce cura del piccolo Giovanni Maria (Giò, lo chiamava la mamma) era stata solo lei. Il marito faceva un lavoro durissimo ed era più il tempo trascorso in sala chiamata o sulle banchine del porto a camallare, instancabile, le merci da scaricare, che quello che trascorreva a casa. Si può dire che dovette scoprire quanto fosse faticosa e delicata l’educazione di un bambino, e poi di un ragazzo, quando – con dolore e scarsa attitudine – fu costretto a un ruolo che, fino ad allora, aveva lasciato completamente o quasi alla moglie.

Ben presto, il ragazzino fu messo davanti alle proprie responsabilità: non c’era più nessuno a preparargli la cartella (non dimenticando mai di inserire anche la focaccia per la ricreazione), ad aiutarlo a fare i compiti, a svegliarlo con tenera sollecitudine, a vestirlo, ad accompagnarlo a scuola portando la pesante cartella, dandogli la mano e dicendogli parole di incoraggiamento. Ora la sveglia doveva puntarla lui, e alzarsi ben prima che in passato, per essere pronto per uscire e andare da solo a scuola. Ora la cartella doveva prepararsela alla sera, studiare le varie materie senza alcuno cui ripeterle, cucinare qualcosa di commestibile da masticare in silenzio e solitudine (la sua e quella del padre, che poteva arrivare a qualsiasi ora e che doveva trovare sempre qualcosa di pronto). Ora non c’era più nessuno disposto ad ascoltare le sue piccole gioie e i piccoli dolori, le prime delusioni e i primi successi. Nessuno attento alle sue attitudini, ai suoi desideri, ai suoi sogni a colori. Nessuno che capisse come il dono di un album da disegno e di un astuccio di matite potesse renderlo tanto felice.

Fu così che il ragazzo Giovanni Maria si ritrovò a crescere un po’ allo sbando. Quell’omone di suo padre guardava con malcelato disprezzo il fisico esile di suo figlio, la sua statura poco elevata, quegli occhi chiari che un tempo osservavano tutto e che ora divenivano ogni giorno più sfuggenti. Vanamente Traverso senior aveva tentato di mandare il figlio in una palestra poco lontana dalla sala chiamata, dove i camalli si facevano i muscoli e tiravano di boxe. L’omone confidava che un sano esercizio fisico avrebbe forgiato quella “ragazzina” (spesso lo apostrofava così, deridendolo), preparandolo a essere un vero uomo, un bravo camallo, senza pensare a terminare il liceo, chiaramente una grossa perdita di tempo.

Giò viveva in un mondo tutto suo, dove al padre non era concesso neppure avvicinarsi. In realtà nessuno sapeva violare quello sguardo imperscrutabile, nessuno gli chiedeva cosa se ne facesse di tutta quella sua solitudine. Lo scoprì una sera suo padre, tornando senza preavviso dal lavoro. Giò era seduto al tavolo del tinello, le spalle rivolte alla porta di ingresso. Con inattesa cautela, Il signor Traverso si piazzò alle spalle del figlio e vide che stava disegnando. Beh, nulla di male, no? Invece questa scena fece montare una collera inaudita in quell’omone che, con furia violenta, abbrancò l’album da disegno, su cui Giò aveva già tracciato il bozzetto del corpo delicato di un adolescente, lo buttò sul pavimento e lo calpestò con le sue grosse scarpe sporche di nafta, strappando il foglio dove c’era il bozzetto, urlando qualcosa sulla vergogna di avere un figlio buliccio e scioperato, e che lui non avrebbe più versato un soldo per la sua istruzione: si trovasse un lavoro da uomo!

Quella sera stessa il ragazzo andò via di casa e il padre non ebbe più sue notizie né lo cercò.

Giovanni Maria non aveva concluso il liceo, ma in effetti si era trovato qualche lavoretto per sbarcare il lunario. Dopo i primi tempi, in cui aveva trovato precarie ospitalità e sistemazioni, era poi riuscito a prendere in affitto un monolocale nei caruggi, quelli meno attraversati dall’onda della riqualificazione che aveva investito il centro storico. Scelse di vivere in solitudine, negando a se stesso il conforto di un amore o almeno di una compagnia. Dopo qualche anno, trovò un lavoro stabile che gli piaceva moltissimo: era il sorvegliante notturno di un museo cittadino. Nelle prime settimane, aveva fatto il giro delle sale camminando quasi in punta di piedi, col cuore in gola, non osando puntare la sua torcia sui quadri: non era abituato a tanta bellezza. Nei primi mesi, si limitò a studiare sala per sala, leggendo con grande attenzione tutti i pannelli informativi, imparando a conoscere opere e autori. Quando questo fu finito, una sera Giò portò un quaderno per gli schizzi, alcuni lapis di grafite nera, più morbidi e più duri, una gomma pane, un temperino e uno sfumino. Notte dopo notte, finito il suo giro, il signor Giovanni Maria Traverso, guardiano notturno, apriva la cartella che si era portato da casa, tirava fuori tutto il necessario e cominciava a disegnare quello che vedeva. All’inizio si limitò a copiare in bianco e nero quei capolavori. Poi comprò dei pastelli e provò a riprodurne anche i colori. Infine, scelse di rientrare nel suo gabbiotto, dopo il consueto giro, e iniziò a disegnare quanto aveva tenuto chiuso in sé in tutti quegli anni. Certo, non era sicuramente un artista di genio, o almeno nessuno lo avrebbe considerato tale. Non aveva ricevuto alcuna preparazione tecnica, e quell’attitudine al disegno che aveva fin da bambino non aveva potuto essere coltivata ed era stata dimenticata per molti anni. Eppure, quel suo sguardo chiaro, che sapeva vedere oltre, si era conservato sotto il velo della disillusione e della sconfitta, e si aggrappava alla bellezza delle opere che doveva sorvegliare. E poi, disegnare lo aiutava a mostrare finalmente a se stesso i segni profondi di tutte le ferite infertegli dalla vita e, in qualche modo a curarle. Insomma, Giò usava l’arte, altrui e propria, per sopravvivere.

Una mattina fu svegliato da una telefonata: lo chiamavano dal museo per informarlo dell’avvenuto decesso del padre. Prima ancora di realizzare la portata della notizia, si chiese perché a comunicargliela fosse stata un’impiegata del museo. Glielo domandò, ed ella rispose che chi aveva chiamato aveva detto di aver saputo che il signor Giovanni Maria Traverso lavorava lì e, non avendo un suo recapito diretto, data l’importanza della comunicazione, aveva pregato gentilmente di informarlo. Riattaccato il telefono, Giò rimase per qualche minuto immobile nel letto a guardare il soffitto, cercando di capire che cosa stesse provando, se ci fosse qualche traccia di dolore filiale, di rammarico per non aver più voluto rivedere suo padre da quella sera, di sgomento per la certezza di non potere più avere modo di parlargli, di rimorso per non aver voluto ricucire i suoi rapporti con l’unico parente che avesse. Ma in sé trovò solo sollievo, un senso di liberazione da un’ombra che – per quanto ritenuta cancellata da tantissimi anni – gli aveva di fatto impedito di vivere.

Si vestì con calma e con altrettanta calma fece colazione. Rallentava ogni suo gesto quasi per allontanare il momento di fare quello che aveva deciso di fare: recarsi nella sua vecchia casa. Aveva ancora le chiavi, chissà perché le aveva conservate, se la decisione di non farvi più ritorno era stata presa e mantenuta fino ad allora. Mentre aspettava l’autobus e poi ancora lungo il tragitto, non riusciva a impedirsi di ripensare a quell’ultima sera. Si accorse che ogni fotogramma di quei momenti si era incancrenito nel suo cervello e ora gli si ripresentava con un nitore abbagliante e feroce. Rivisse tutto e quando arrivò al portone della sua abitazione di un tempo, un tacito tumulto abitava il suo sguardo chiaro, ora incupito.  Infilò le chiavi per aprire il pesante portone: maledizione! Non giravano! Dovevano aver cambiato la serratura, logico, dopo tutto quel tempo. Cominciò a guardare i nomi sulle targhette del citofono: molti gli erano sconosciuti, ma non quello di una signora che già quando lui era bambino abitava sul suo stesso pianerottolo. Si risolse a premere il pulsante e dal citofono gracchiò una voce in tono interrogativo: “Sììììììì?” “Signora Dondero, buongiorno, mi scusi, potrebbe aprirmi il portone?” “Ma chi èèèèèèè?” “Ah sì, scusi, sono Giovanni Maria Traverso, stavo nell’appartamento di fronte al suo” “Giòòòòòò!!! Alloooooraaa! Lo sapevo che saresti venuto! Saliiiiiii!”. E difatti il portone si aprì e Giovanni Maria Traverso junior fece a piedi i due piani che lo separavano dal suo pianerottolo. Qui vi trovò la signora Dondero, o quello che ne restava, rispetto a come la ricordava il suo antico vicino. “Giòòòòòò! Te l’hanno detto allooooraaa! Quando il tuo povero papà è mancato, ho provato a cercarti sull’elenco del telefono, ma non ti ho trovato” “Sì, non ho il fisso, solo il cellulare” “Alloooooraaa ieri mattina ho chiamato il museo, a vedere se ti trovavo lìììì, ma non c’eeeriiii” “E sì, al mattino non ci sono…” “Alloooooraaa però te l’hanno detto, che braviiiiii!”. Giovanni Maria avrebbe voluto velocemente congedarsi da lei e dalle sue vocali strascicate fino allo sfinimento, ma non poté impedirle di strattonarlo amorevolmente fino alla porta della propria casa e di spingerlo letteralmente dentro con il pretesto di offrirgli un caffè. Odiava se stesso per non aver avuto la forza di mandarla al diavolo, ma mentre girava il cucchiaino nella sua tazzina, non riuscì a non chiederle come avesse fatto a sapere dove lavorava. “Ma me lo aveva detto il tuo povero papààààààà, nooooo?” gli rispose come fosse la cosa più naturale del mondo. L’espressione di Traverso junior dovette essere alquanto attonita “Ma se non siamo mai più stati in contatto da anni e anni!” “E lo soooooo, ma Genova è piccolaaa e tutti conoscono tuttiiiii…” La signora Dondero avrebbe volentieri continuato la conversazione(eeee), aveva tante di quelle domande da fare a quel nuovo Giovanni Maria che aveva davanti, ma questi la bloccò con decisione, adducendo una fretta che in realtà non aveva. Si ritrovò sul pianerottolo e, finalmente, aprì la porta dell’appartamento di suo padre.

Appena entrato, fu colpito dall’odore che vi si respirava, un misto di chiuso, di corpi disfatti, di cibi scadenti, di tempo sospeso. Si guardò intorno e alle immagini che vedeva si sovrapponevano quelle dei suoi ricordi. Gli ambienti vuoti e disordinati si riempivano di fantasmi del passato: una mamma minuta che cantava cucinando, un bimbo sorridente che disegnava, un padre gigantesco che tornava a ogni ora del giorno e della notte…  Andò nella camera da letto dei suoi. Improvvisamente si rese conto che non sapeva nemmeno dove e di cosa fosse morto suo padre. Chissà se era morto proprio lì, in quella stanza, nello stesso letto dove sua moglie si era spenta, dove il piccolo Giò si infilava alla domenica mattina, tra i corpi caldi dei genitori. Davanti al letto c’era una cassapanca, che la mamma usava per riporre la biancheria pulita. Qualcosa lo spinse ad aprirla, forse la voglia di respirare ancora quell’odore di lavanda che si diffondeva ogni volta che sua madre la apriva per cambiare le lenzuola. Grande fu il suo stupore quando vide che sopra la biancheria ingiallita c’era un pacco sottile, rettangolare, fasciato con la carta da pacchi marron e legato da uno spago, di quelli che ogni buon genovese conserva arrotolati in un cassetto della cucina. Ma la cosa più sorprendente era quello che c’era scritto sulla carta, a grandi caratteri in stampatello, con un pennarello nero: PER GIÒ.  Quasi senza accorgersene, si era intanto seduto sul letto, il pacco ancora tra le mani. Continuava a fissare le lettere che componevano il suo nome. Erano state tracciate con mano tremante, lo si vedeva dalle loro linee incerte. Anche le sue dita, ora, tremavano, mentre cercavano di sciogliere i tanti nodi dello spago per aprire il pacchetto e vedere cosa ci fosse dentro. Finalmente riuscì nell’impresa, tolse la carta e si trovò tra le mani il suo vecchio album da disegno, con ancora le impronte nere di nafta delle scarpe di suo padre sulla copertina. Lo aprì e dentro vide un foglio staccato, lacerato, ma i cui pezzi erano stati ricomposti e riuniti sul retro con un nastro adesivo largo e marrone, da pacchi. Voltò il foglio e rivide il suo bozzetto, tracciato a matita, del corpo inerme di un adolescente: il suo corpo di allora, così diverso da quello del padre, un padre di cui non riusciva a guadagnarsi l’affetto. In basso a destra di quel foglio, vide ancora la stessa scrittura in stampatello tutta tremolante, con cui a penna erano state tracciate queste parole: PERDONAMI, GIÒ.

Fu allora, proprio in quel momento, che Giovanni Maria Traverso capì che, finalmente, poteva piangere suo padre.

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