2021, Parole

Un gelato al Porto Antico (giugno 2021)

E così, dopo una lunga passeggiata, mi ritrovo ancora una volta al Porto Antico. Per me è sempre una gioia, una malinconica gioia, ritornarci. Ripenso ai tanti momenti felici, indimenticabili, che qui hanno trovato incantevole cornice, momenti così vividi da sovrapporsi alle immagini del presente, in un caleidoscopio emotivo. Così, dopo molti anni in cui, se potevo, evitavo di tornarci, adesso mi trovo sempre più spesso a passare di qui, ad attraversare questo melting pot meraviglioso di colori, lingue, culture, abiti, giochi: percorro la piazza sul mare, mescolandomi tra le persone – bimbi che giocano, adulti che sorvegliano, vecchi che osservano – la varieganza umana ed etnica di questa “calda vita” (per citare Saba) che sempre mi conquista, accompagnata dal profumo salmastro del mare e delle pelli umide di sudore in questo anticipo di estate. Passo davanti a Eataly, di nuovo i ricordi mi inseguono… quante volte ho gustato quel gelato… Decido di entrare. Voglio sentirne ancora il sapore. Mi capita spesso, in questo periodo, di voler provare ancora certe sensazioni, che assomigliano alla gioia di vivere, qualcosa che ho dimenticato per troppo tempo. La signorina gentile mi prepara il bicchierino di crema e amarene da portare via. Esco. Decido (è la seconda volta che uso questo verbo, non si dovrebbe, è una ripetizione, ma voglio farla, perché è bello decidere e fare ciò che si è deciso), decido, dunque, di andarmi a gustare il mio mini affogato all’amarena su una panchina di legno, proprio davanti alle piccole barche ormeggiate. “Signorina, lo sa che un gelato al giorno toglie il medico di torno?” mi sento d’un tratto apostrofare. È un vecchio signore, alto, robusto ma non grasso, vestito sportivamente e con un incongruo berretto rosso da baseball con la visiera a difendere gli occhi dal sole. Io, come qualcuno di voi che mi conosce in real life sa, sono piuttosto timida e non amo parlare con gli sconosciuti, ma sarà stato il lusinghiero “Signorina”, o la faccia bonaria dell’ignoto interlocutore che mi osservava sorridendo, o il forte accento genovese, fatto sta che mi ritrovo a ricambiare il suo sorriso e a rispondergli in dialetto che concordo sul fatto che sia meglio gustarsi un gelato al sole, che trovarsi nella sala d’aspetto di un dottore. Sorpreso per la mia risposta in genovese, si illumina e mi chiede se gli permetto di sedersi vicino a me. Acconsento volentieri e alla sua constatazione che è sempre più raro conoscere persone giovani (caro signore, continui a conquistare punti!) che conoscano il dialetto, confesso che non sono in grado di sostenere un’intera conversazione in genovese, ma lo capisco perfettamente perché lo parlavano i miei nonni (era savonese, ma non sottilizziamo…) e qualche frase riesco a metterla insieme. Il dialogo prosegue quindi in italiano, inframezzato da alcune espressioni in vernacolo. In breve, si presenta, con tanto di stretta di mano formale (lo so, lo so… la pandemia… non si dovrebbe… ma io sono “la vecia muchacha immunizada”, ho ben fatto il vaccino!) mi dice il suo nome, mi chiede il mio, mi racconta di essere uno psichiatra (guarda un po’ la combinazione, ne venivo da una seduta di psicoterapia…) ormai in pensione, e mi domanda che lavoro faccia io. Quando gli dico di essere un’insegnante di lettere e storia, si infiamma in una appassionata difesa della storia, materia oggi trascurata e sottovalutata, ed invece fondamentale per i giovani, che ignorano quali siano le radici dei fenomeni del presente. Ci lanciamo in una serrata discussione che abbraccia i genocidi dei conquistadores e il comportamento dei gesuiti nel Nuovo Mondo, la testimonianza di Primo Levi in “Se questo è un uomo” e ne “La tregua”, il concetto di storia per Gramsci (La storia insegna ma non ha scolari. L’indifferenza è il peso morto della storia) e quello per Mao (La storia è fatta di contraddizioni e le trasformazioni della società sono generate soprattutto dallo sviluppo delle contraddizioni esistenti all’interno di questa, cioè tra le forze produttive e i rapporti di produzione, tra le classi sociali, tra il vecchio e il nuovo. Lo sviluppo di queste contraddizioni spinge la società in avanti e conduce alla sostituzione della vecchia società con una nuova). Ma poi il discorso si sposta sulla letteratura e ci confessiamo i reciproci gusti, gli autori preferiti. Qui, quasi all’unisono, ci diciamo: “I russi!”. Ed eccoci a confrontarci sulle pagine di Tolstoj, di Dostoevskij, sui personaggi dei loro romanzi, fino a quando mette una mano nella tasca del suo giubbottino e tira fuori una copia senza più copertina, tutta stazzonata e sottolineata, di una vecchissima edizione economica del “Reparto numero 6” di Čechov. Me ne parla con adolescente entusiasmo, finché nota che io ho ormai terminato da un pezzo il gelato. Mi guarda, capisce che sto per congedarmi, ma ha ancora un guizzo: “E comunque non sono sempre così noioso, sa? Scommetto che non immagina quale sia la mia più grande passione, attualmente”. “Quale?”, gli chiedo subito. “Faccio il karaoke”. Devo avere dipinta in viso un’espressione sbalordita, perché si mette a ridere. “Ma sì, il karaoke! Non sa che dispiacere in questo lungo periodo di lookdown non potere più andare al Carillon a cantare. Ho una voce discreta e mi piacciono le canzoni della tradizione genovese, anzi, se vuole gliene canto una”. “Volentieri”, gli rispondo sorridendo. E lì parte in una “Ma se ghe penso” cantata con un’enfasi interpretativa d’altri tempi, ma assolutamente coinvolgente, tant’è che al refrain mi ritrovo a cantarla a squarciagola con lui, incurante degli sguardi dei passanti. Alla fine mi congedo: “Devo tornare a casa, mi ha fatto piacere conoscerla” gli dico, porgendogli di nuovo la mano. Me la stringe. Ha gli occhi umidi. “Grazie”, diciamo all’unisono. Mi allontano. Ho gli occhi umidi. E sono felice.

sì, ero felice (settembre2021)

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